Red Bull, un case history da MBA su come creare un mercato che non c’è…

Ci sono slogan capaci di restare impressi, parole che sfidano il tempo.
Vi ricordate “Zoppas li fa e nessuno li distrugge” oppure “Kinder Bueno, bontà a cuor leggero”?
Per un po’ di tempo impazzò anche “Red Bull ti mette le ali”, ed il galeotto prendeva il volo.
Il volo sembra averlo preso anche in pista la Red Bull, capace di fare più punti della Ferrari e di insediare la McLaren nella classifica costruttori del Mondiale di Formula 1.
Cosa c’entra Red Bull, una bevanda, un energy drink, in un blog come Puntoblog che si occupa di business online, di marketing e web marketing.
Prima di spiegare il perché, tra l’altro molto intuibile, diamo una rapida occhiata all’uomo che ha creato il marchio: Dietrich Mateschitz.
Dietrich Mateschitz è uno che i suoi amici dell’Università di Vienna ricordano come sommamente interessato alle donne ed alle feste e minimamente interessato ai grafici e alle lezioni di bilancio della facoltà di Economia.  
La storia (leggenda?) vuole che lo stesso Dietrich Mateschitz, dopo la laurea, divenne con il tempo, direttore internazionale marketing di Blendax, una società della galassia e del gruppo Procter & Gamble. Il suo compito consisteva nella promozione di dentrifici, creme e shampoo.

Questo lavoro lo portò in oriente dove s’imbattè nella Krating Daeng (“bufalo rosso d’acqua”).
La bevanda, che veniva venduta in farmacia come tonico ed energizzante, conquistò il manager austriaco che cominciò ad interessarsi del mercato degli energy drink.

Ed il mercato,in occidente, semplicemente, non esisteva.

Nel 1984, Mateschitz abbandonò il lavoro da manager e si mise in società con il thailandese Chaleo Yoovidhya (ah, la folgorazione avvenne proprio in Thailandia).

Successo immediato? Manco per idea.

Ci furono diversi problemi, la futura Red Bull era quasi considerata una droga, una bevanda capace di creare dipendenza, a causa della caffeina (in dose superiore a quella di una tazzina di caffè) e della taurina, un aminoacido che stimola il metabolismo, la circolazione sanguigna e il sistema nervoso.
Dopo aver ottenuta l’autorizzazione Mateschitz aggiunse alla bevanda l’anidride carbonica, particolarmente apprezzata in occidente.
Per il logo il buon Mateschitz si affidò a un vecchio compagno di studi titolare di un’agenzia pubblicitaria, che venne pagato tempo dopo perché i soldi erano quelli che erano e perché il primo anno si chiuse con 830mila euro di deficit, Mateschitz e Chaleo Yoovidhya avevano investito 500mila dollari a testa.

Mateschitz ed altri sei venditori cominciarono a battere tutta l’Austria con il fine di “creare un mercato che non c’era” e di far entrare nello style occidentale un nuovo prodotto: l’energy drink.

Il resto come dicono gli americani è Storia.

Ed oggi quando nelle Business School o nei master MBA si vuole fare un esempio di “come creare un mercato per un prodotto che non c’è” uno dei case history presentati è proprio quello della Red Bull.

E le critiche, i divieti (Danimarca, Norvegia e Francia non hanno ancora autorizzato la vendita di Red Bull)  e i presunti rischi  non hanno fatto altro che accrescere il fascino Red Bull.

Chi non è morbosamente attratto da qualcosa di proibito e pericoloso? Red Bull ha il fascino del peccato.

E ha fatto da apripista per energy drink come Burn, Red Devil, Monster Energy, Coacaine, Wired, Piranha ed altri.

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