Un best seller chiamato Steve Jobs

Non è passato neanche un mese dalla sua morte e già i libri su Steve Jobs, fondatore e guru di Apple, si sprecano.
Ce ne sono diversi in circolazione e, presumibilmente, altri in arrivo.

La classifica ibs del 24 ottobre porta un suo libro al secondo posto.
Con molta probabilità sarà primo per la settimana dei morti.
Ma di quale libro sto parlando?

Della biografia autorizzata, del libro scritto da Walter Isaacson con un titolo bello e minimal come sarebbe piaciuto a lui: Steve Jobs.
Trattasi di un lavoro di due anni che l’autore ha compiuto intervistando amici, parenti, collaboratori, personalità, rivali, personaggi della finanza, della politica e dello spettacolo.

Il mondo conosce lo style Apple, ne glorifica il marchio, ma il libro ci porta dentro l’uomo Steve Jobs, nei sogni dell’infanzia, nell’ascesa e nella prima caduta e di come, in modo molto Zen, ritenne la cacciata da Apple la cosa migliore che gli sia mai accaduta.

Già perché nella metà degli anni ’80, Jobs fu messo in minoranza dal board di Apple che, tra lui e John Sculley, scelse Sculley. Giova, en passant, ricordare, che Sculley fu reclutato, in modo molto brutale dallo stesso Jobs con le parole: “Vuoi vendere per il resto della tua vita acqua zuccherata o vuoi cambiare il mondo?”.
Ai tempi Sculley non era un rappresentante della Pepsi.
Ne era il PRESIDENTE.

Basterebbe già questo a far capire il magnetismo dell’uomo Steve Jobs. Ma chi crede che sia stato un uomo facile sbaglia di grosso. Le sue sfuriate rimarranno celebri alla Apple.
Era non convenzionale, spesso in ciabatte o a piedi nudi, ma altresì perfezionista in modo quasi maniacale.
In 41 capitoli è condensata la vita dell’uomo e dell’imprenditore, dall’infanzia da ragazzo adottato agli anni lisergici in California, le persone del libro sono alla fine messe in rigoroso ordine alfabetico, quasi come se stesse fossero il cast già scelto per una sceneggiatura già scritta.

Il mondo conosce i suoi oggetti, entrare in un Apple Store è come entrare in una Chiesa o in un Tempio, la coreografia, i colori ed il design minimal sono pensati per mettere in evidenza, a mo’ di reliquia o di totem, l’oggetto di culto Apple.

Il mondo conosce le sue presentazioni, ma non sa il duro lavoro che imponeva a se stesso per parlare, in modo chiaro ed emozionante, anche solo per due minuti.

La gente non sa come dirlo. Lui sì

Il mondo non sa le rotture ed i tempi che imponeva agli ingegneri dei sogni che lavoravano per lui, perché il talento è nullo senza la disciplina. 

Nella Apple seppe creare, unico modello nel mondo dei computer e della programmazione, un metodo di lavoro basato sui principi orientali del mescolamento  degli opposti, lo  Yin e Yang.

Non solo programmatori ed ingegneri, non solo di artisti e storici, bensì un mondo di ingegneri e artisti, come le due metà di una mela che si sono alfine ritrovate.

Questo e molto altro era Steve Jobs, per scoprirlo basta andare in libreria, o fare qualche click, e prendere il libro di Walter Isaacson e capirete che c’è molto, molto di più dell’ormai abusato Stay hungry, stay foolish. 

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